Per Lea e Denise

Il testo che vi accingete a leggere nasce in forma embrionale il 19 ottobre 2013, perché ero lì, in Piazza Beccaria, con i miei compagni di strada del Presidio cittadino di Libera Novara, che aveva già preso a cuore la storia di Lea, e con quelli del nascituro Presidio universitario presso la Statale di Milano.
Lo avrei pubblicato sette anni dopo, in occasione della commemorazione che citerò più avanti, ma questa storia l’ho raccontata in ogni classe in cui sono entrato, e quindi almeno un centinaio di volte, ad eccezione delle scuole elementari – ci sarà tempo e modo di far maturare la loro innocenza nella scoperta di un mondo fatto di uomini capaci di tutto l’orrore.
Questa storia, prima ancora di essere una storia di mafia e antimafia, è una storia di una madre e di una figlia, che sono state capaci di sovvertire un intero sistema, pagando un costo altissimo con un coraggio incredibile, epico, eppure reale, concreto. Ad un certo punto della storia, lo abbiamo potuto toccare, pesare, onorare. E non ce ne siamo mai dimenticati, pur dimostrando la nostra insufficienza.
Se Lea fosse ancora viva, questo sarebbe un mondo migliore.
Un po’ più attento, un po’ più giusto, un po’ più bello.
Lea è una giovane ragazza nata in Calabria, cresciuta nella cultura ‘ndranghetista che respira in famiglia. Come un giovane siciliano ribelle, rigetta quella forma mentis, eppure ne è immersa.
Lea è una giovane ragazza che si innamora del ragazzo sbagliato, Carlo Cosco, un emergente boss che vuole ingrandire gli introiti delle sue attività, spostandosi a Milano.
Lea è una giovane ragazza e la metropoli meneghina ha il suo fascino, così segue il compagno.
La coppia abita in un appartamento di Via Montello: lui gestisce il traffico di droga e un giro di vite di immigrati usati come spacciatori e delinquenti e, in poco tempo, diventa uno dei boss più influenti della tratta Milano-Crotone; lei si prende cura della figlia di quella relazione, Denise, frutto di un amore tossico e univoco.
La piccola cresce in una situazione di degrado e violenza, finché Lea, giovane madre, non decide di sciogliere le catene che tengono entrambe prigioniere. Dopo l’ennesima retata della polizia, che porta all’arresto di Cosco, decide di lasciarlo, testimoniare e denunciare le attività illecite dell’ormai ex compagno. Doppio affronto, per un uomo di ‘ndrangheta.
Inizia il calvario per Lea, giovane madre testimone di giustizia e di infinite ingiustizie, e Denise, inserite nel programma di protezione e spostate in località protetta, con nuove generalità. Le maglie della giustizia a volte sono larghe e gli uomini di Cosco riescono in più occasioni a rintracciarle: prima le minacce, poi il tentativo di omicidio.
Buco indicibile di una trama vergognosa.
Lea e Denise sono sradicate di nuovo, costrette a spostarsi tra ripetute incertezze e le falle di un sistema che non garantisce sicurezza. Il tempo passa, Denise cresce, Cosco esce dal carcere.
Altro buco indicibile di una trama vergognosa.
In apparenza, cerca di rimediare agli errori di padre malavitoso, tentando di riconquistare l’affetto della figlia. In serbo, invece, prepara la vendetta che costerà la vita di Lea che, intanto, decide di uscire dal programma di protezione e incontra Don Luigi Ciotti ed Enza Rando di Libera, con i quali comincia un nuovo percorso.
Chiedendole un incontro pacificatore, per pianificare insieme il futuro della figlia, Cosco convince la giovane donna, che versa in difficoltà economiche, a recarsi a Milano.
Si fida, Lea.
O forse no.
Forse, vuole solo che la figlia abbia un futuro più tranquillo del passato, più sereno del presente.
La sera dell’incontro, il 24 novembre 2009, alcune telecamere di sorveglianza della città riprendono per l’ultima volta la sagoma di Lea in zona Arco della Pace. Di lì a poco viene rapita da un commando di tre uomini, che la caricano su un furgoncino, la portano in un appartamento e la uccidono, mentre Denise è a cena con il padre, dai suoi parenti.
Madre e figlia non si incontreranno più.
Denise è già una giovane donna e capisce tutto: denuncia la scomparsa della madre.
E non si arrende finché la verità, accertata da un pentito nel 2012, non viene fuori.
Il pentito che consente gli accertamenti giudiziari definitivi è Carmine Venturino, che si è finto innamorato di Denise sotto la pressione di Cosco e che ha ammesso la partecipazione al rapimento e all’omicidio di Lea, cominciando a meditare il pentimento durante la relazione con la ragazza.
Tradita due volte.
Che cosa deve aver provato, Denise, testimone di questo quadro scellerato?
Quanta forza ha avuto, Denise, per resistere a questi colpi inferti da tutte le parti?
La morte della madre, per volontà del padre, con il coinvolgimento del fidanzato. Neanche vent’anni.
La crudeltà dell’omicidio, i resti bruciati per giorni in un bidone a San Fruttuoso e ritrovati quando il loro accumulo formava un chilo e mezzo di frammenti ossei, con una catenina d’oro; le bugie raccontate a Denise sulla madre — “è scappata in Australia”, le hanno detto —; le parole dello stesso pentito, cioè ex fidanzato della ragazza e omicida della madre: tutto questo completa un quadro di bestialità che la storia affida ai posteri e che ha affidato alla magistratura.
Lea e Denise erano, anzi sono, un tutt’uno: le scelte della madre sono state prese con forza e coraggio per amore della figlia; le scelte della figlia, che ha denunciato e testimoniato a processo contro il padre e i suoi sodali, sono state prese con forza e coraggio per amore della madre. Una scelta per un futuro migliore; una scelta per un ricordo esemplare.
Quella di Lea è una delle storie più care al movimento antimafia.
Il 19 ottobre 2013, in Piazza Beccaria, nel cuore di Milano, si sono tenuti i funerali civili davanti a tremila persone, con l’intervento della figlia Denise, ancora sotto protezione a causa delle continue minacce di morte da parte di Cosco, attraverso un telefono collegato ad un altoparlante.
C’ero anch’io. L’atmosfera autunnale ci regalò un timido sole, in una giornata grigia. La piazza si riempì in poco tempo, la commozione era palpabile e scoppiò durante l’intervento di Denise: quella voce di ragazza, che tratteneva il pianto e riempì pochi minuti di silenzi e parole pesanti come macigni.
Oltre tutta l’immane ingiustizia di quella vicenda, c’era anche l’impossibilità, per lei, di partecipare alla cerimonia, di ricevere i nostri abbracci, di farsi cullare per un attimo dalla solidarietà di quella gente, per motivi di sicurezza.
Probabilmente era lì, nascosta in qualche edificio limitrofo, a osservare la scena.
“Se questo è successo, tutto questo è successo, è per il mio bene… Ciao mamma.”
Io quella voce non l’ho più dimenticata.
A sette anni esatti da quell’evento, nel 2020, la città avrebbe intitolato ufficialmente i Giardini di Via Montello a Lea Garofalo, l’area verde di fronte a quel palazzo in cui aveva abitato, vessata per anni. Fu in occasione di quella commemorazione che pubblicai il testo che avete appena letto.
Gli anni erano passati. La giustizia aveva fatto il suo corso – solo quella della magistratura, perché quella Vera, provvidenziale per chi crede, esigerebbe ben altro che un ergastolo plurimo.
Ho continuato a raccontare la storia di Lea e Denise nelle classi.
Abbiamo dedicato presidi di Libera alla figura di Lea.
Immaginavo la vita di Denise al sicuro, anche se non del tutto libera dal peso dei fatti – fino all’ultimo respiro dell’uomo che biologicamente ha contribuito alla sua nascita e dei suoi sodali, non del tutto libera dal peso dei fatti.
Immaginavo che, con il passare degli anni, potesse finalmente costruirsi una vita propria.
Poi, una settimana fa, ho letto la notizia del presunto suicidio. Una morsa mi ha preso il petto, gli occhi si sono gonfiati di lacrime.
Ma come? Perché?
Avrei letto poco dopo che era anche diventata madre.
Il Professore Nando dalla Chiesa, intervistato da Radio Popolare, si è detto “disperato” nell’apprendere il tragico fatto. Ha poi scritto un commiato, pubblicato da Il Fatto Quotidiano per la sezione Storie Italiane, dedicato alla forza di Denise, “crisalide che seppe diventare la libera farfalla dell’antimafia“.
“Denise ci ha nutrito con il suo coraggio, ma il nostro affetto non è bastato”, scrive la giornalista Ester Castano, citata sui social di Wikimafia, dove si legge anche che “[…] la morte di Denise la viviamo anzitutto come una sconfitta nostra. Perché noi pensavamo davvero di avercela fatta, dopo le condanne, le manifestazioni, le battaglie quotidiane, perché la sapevamo al sicuro, con una nuova vita, con un figlio, con un compagno. E anche se di lei avevamo sentito solo la voce, la sentivamo come una sorella, lontana ma presente, e questo ci bastava. Ma non è bastato. Ciao Denise.”
Non è bastato.
E fa ancora più rabbia che giornali e giornalisti di primo piano abbiano ricordato Lea come pentita: un vero e proprio insulto alla sua storia e alla sua vita. Una leggerezza che pesa, ancora, come un macigno.
La Procura di Velletri ha disposto il sequestro dell’appartamento di Denise per gli accertamenti del caso.
La speranza è che nessuno si sia intromesso ulteriormente nel destino della sua vita, ma che tutto ciò che è successo sia stato frutto della sua più netta, sofferente, coraggiosa volontà.
Quanto è insufficiente la giustizia?
Quanto è insufficiente la società civile?
Quanto siamo insufficienti, tutti noi?
Se Lea fosse ancora viva, questo sarebbe un mondo migliore.
Un po’ più attento, un po’ più giusto, un po’ più bello.
Un po’ più capace di difendere quelle perle che lo hanno percorso, dandone lustro e significato.
Se Denise fosse ancora viva, questo sarebbe un mondo migliore.
Un po’ più attento, seppur in ritardo; un po’ più giusto, seppur recintato; un po’ più bello, seppur ferale, ma soprattutto capace di proteggere e difendere alcune di quelle perle che lo hanno percorso, dandone lustro e significato.



